sabato 29 maggio 2010

Gratias agimus vobis


Una splendida sorpresa in uno degli ultimi mattini di un anno scolastico come tanti, speciale come pochi ...

giovedì 20 maggio 2010

Il limite


Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando
mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.
Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l'uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.
"O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec' io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com' altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».
Dante, Inferno XXVI vv. 85-142, monologo di Ulisse

martedì 18 maggio 2010

Il bimbo, come un navigante gettato sulla riva da onde furiose...


"E inoltre, il bimbo, come un navigante gettato sulla riva da onde furiose, giace a terra nudo, incapace di parlare, bisognoso d'ogni aiuto per vivere, appena la natura lo fa uscire con sforzi fuori dal ventre della madre alle rive della luce, e riempie il luogo di un lugubre vagito, come è giusto per uno che nella vita dovrà passare per tanti mali. Ma crescono i vari animali domestici, gli armenti e le fiere, né c'è bisogno di sonaglini, per nessuno occorre la carezzevole e balbettante voce dell'amorevole nutrice, né essi richiedono vesti diverse secondo le stagioni; infine, non hanno bisogno di armi, né di alte mura, per proteggere i propri averi, giacché per tutti tutto largamente producono la terra stessa e la natura artefice. Innanzitutto, poiché il corpo della terra e l'acqua e i lievi soffi dei venti e i caldi vapori, dei quali si vede consistere questo universo, tutti constano d'un corpo che nasce e che muore, d'uguale corpo si deve credere consti tutta la natura del mondo. E infatti le cose, le cui parti e membra vediamo essere di corpo che nasce e di forme mortali, ci appaiono esse stesse costantemente mortali e insieme soggette alla nascita. Perciò, quando vedo le membra grandissime e parti del mondo consumarsi e rinascere, concludo che anche il cielo e la terra ebbero parimenti qualche tempo primordiale e subiranno distruzione."
Tito Lucrezio Caro, De rerum natura V

venerdì 14 maggio 2010

La favola di Ancia e di Zanzarina

LA FAVOLA DI ANCIA E DI ZANZARINA di Luigi Salerno (A Giovanni e Little Midge)

"C'era una volta,
come in tutte le favole, un bambino che cresceva al contrario, o meglio cari lettori bambini, diventava sempre più piccolo e più dolce ogni giorno che si avvicinava al giorno del suo viaggio. I bambini che lo conoscevano e che gli volevano bene, un po' per tenerezza lo chiamavano ancia, come quella del suo oboe, perché diventava sottile come lei ma anche molto più magico. C'era una bambina, tra le tante, che gli chiedeva dove sarebbe andato così piccino e se così sottile i suoi genitori gli avrebbero fatto affrontare un viaggio così lungo e senza una destinazione; sì, cari bambini, perché il nostro Giovannino, detto ancia, non sapeva ancora dove lo avrebbero portato e forse era quello il cruccio più grande, non sentire più la sua voce, il suo suono , le sue parole, ma lui rimaneva sempre tranquillo, senza creare malinconia, anche se la sua destinazione era ancora misteriosa, perché suo padre cambiava sempre luoghi per una missione segreta.
Giovannino allora accettava tutto e così un mattino, la bambina più magra e sottile della classe, così sottile che la chiamavano tutti zanzara, gli si avvicinò e gli chiese di lasciarle almeno la bellezza del suo suono, quello della sua ancia, di carpirne il segreto e così, sperava zanzara, anche se non saprò dove andrai, cercherò in qualche modo di tenerti vicino, anche se non so suonare. Certo per zanzara non ci sarebbe stato più il tempo di imparare a tenere e conservare il suo suono, ma Giovannino, che l'aveva ascoltata con grande attenzione, sembrava concentrato e fiducioso, le disse di non temere che poco prima di andare nel luogo senza nome, per la missione del padre, le avrebbe lasciato il suo suono. Il tempo passava e Giovannino era sempre più piccino, diventava più piccolo della sua stessa ancia. La piccola zanzara diventava sempre più triste. Quando arrivò il momento del viaggio ciascun bambino della classe aveva ricevuto il suo pensiero, perché erano cose più semplici, piccoli oggetti, qualche soldatino di stagno, ma per lei, proprio quella più sottile delicata e pensierosa, non era rimasto niente. Era stata dimenticata. Giovannino partì, che piovigginava appena, e alzò appena la mano dal finestrino, con gli occhi socchiusi, che tutti i compagni erano vicini e un po' tremanti, Zanzarina invece solo arrabbiata e delusa e senza una lacrima. Era stata ingannata, proprio lei che gli voleva quel bene così speciale, non aveva ricevuto niente.
Le giornate dei ragazzi continuarono con malinconia, ciascuno ricordava qualcosa di bello di lui, si parlava, ma solo lei rimaneva muta, pensando al suono che ancia le aveva promesso. Ma un bel mattino, che c'erano gli azzurri più azzurri di un inverno che non ricordava di aver mai visto così bello e innevato nella sua vita, arrivò un treno postale da un luogo lontano e sconosciuto. Da quel treno un pacco misterioso e blindato, che portarono in quattro, sotto i fiocchi della neve, fino alla sua casetta.
Zanzara era in casa, anche spaventata perché chiamarono proprio lei, che così piccina non aveva mai ricevuto un pacco così importante e blindato. I quattro le dissero di firmare e le misero imbarazzo, perché la guardavano accigliati mentre alla piccoletta le tremava la mano sul foglio. Il mittente veniva da un luogo segreto e senza nome e non poteva essere che lui. Era così emozionata, forse era proprio la lettera di Giovannino, la piccola ancia traditrice, che adesso forse si scusava o le mandava un regalino. Si fiondò nella stanzetta, Zanzara, e sul letto, chiusa a chiave, aprì il pacco segreto. Le dita si intrecciavano per il nervoso, faceva un sacco di pasticci, poi uno scatolino blu rettangolare e un piccolo biglietto: "Dolce zanzarina, io non ti ho dimenticato era solo che il tuo suono non avevo più trovato. Finalmente l'ho capito, spero che mi avrai perdonato"...
Gli occhi di zanzarina scintillavano di gioia e di paura. "Il mio suono", pensava, e intanto apriva con le sue piccole manine l'involucro vellutato di una penna, una penna stilografica, solo per lei...
Luigi Salerno

mercoledì 12 maggio 2010

Indietro nel tempo


martedì 11 maggio 2010

La finestra



È difficile rimanere a guardarti, quando ti sposti nella luce, senza che tu sappia. Guardarti senza poterti esprimere la mia volontà di sguardo, e rimando così la falcata dolce del tuo passeggio, e la pazienza delle mani nel tempo tra le parole silenziose che stai ascoltando, e che io non saprò mai. Sei troppo lontana e perduta, dalla mia finestra, avvolta nel drappo della luce bianca di Domenica, come in una nevicata. L'azzurro del tuo passo e un filo di voci che gridano: i tuoi gemelli nella corsa, dove cerchi di pilotare la testa, mentre il tuo accompagnatore continua a parlarti e tu cerchi di seguirli insieme, i tuoi figli e la sua voce, come un rigo di alba, colta nel sonno dalla sorpresa di perdermi, che forse non avresti mai previsto. La tua fiducia, adesso da questa finestra di certosa, velata da un ombrello di sole che schiudi piano dal peso che ti grava al polso, e i tuoi piccoli sono dei calabroni bianchi che adesso ti ronzano grassi nel sole, in attesa di pungerti di una carezza o di un bacio svogliato per la fretta del gioco. State proseguendo, io continuo a guardarvi. Stavolta l'ho fatta proprio grossa, lo riconosco in un giorno così radioso, ma continuo ancora a seguirti e a perdermi nel tuo buio, in qualsiasi giorno di luce. Adesso di spalle scorgo la cupola dell'ombrello e il passo dolce del tuo nuovo amico, che non tradisce ansie all'idea che tu non possa vederlo, ma almeno avvertire la sua voce che non saprò mai che cosa ti stia dicendo adesso, così come tu non saprai mai quello che sto guardando e che ho visto di te e che non avrai mai saputo della profondità di vertigine dei miei occhi su ciascuna parte di te e della tua vita. Potrei non averti mai guardata ma solo braccata.
In questo giardino adesso i gemelli sono di nuovo sciolti e sganciati, come i miei pensieri levrieri ciechi, vanesse disperse nello stesso bagliore delle undici, uccelli di passo. La più veloce è ancora Sofia, che adesso scivola. Io faccio un piccolo sussulto, la piccola ride. L'uomo non ti lascia, aspetta che la bimba si rialzi o forse un tuo segnale, che non posso percepire.
Sono troppo lontano. I bambini ritornano vicini, anche tu ti aggreghi e ti inginocchi piano, cercando di tastarle con circospezione il visino ancora spaventato e i piccoli pomi delle ginocchia, con le tue mani. Alberto alza lo sguardo, come se mi avesse scoperto. Forse vuole guardarmi per te, percepirmi nel taglio severo di un rimprovero, di una minaccia. Io penso di non essere visibile, ma fingo per un momento che quelli siano i tuoi occhi veri, almeno per un istante, sottratti dalle tenebre del loro destino, e dal mio.
luigi Salerno

lunedì 10 maggio 2010

Animula vagula, blandula, ...



Animula vagula, blandula,
hospes comesque corporis,
quae nunc abibis in loca
pallidula, rigida, nudula,
nec, ut soles, dabis
iocos ...

Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t'appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti.
Un istante ancora,
guardiamo insieme le rive familiari,
le cose che certamente non vedremo mai più….
Cerchiamo d’entrare nella morte ad occhiaperti …

P. Aelius Hadrianus, Imperator


"È difficile rimanere imperatore in presenza di un medico..."




Mio caro Marco,
Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, re­centemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse a digiuno ed eravamo d'accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato sul letto. Ti risparmio particolari che sarebbero altrettanto sgradevoli per te quanto lo sono per me, e la descrizione del corpo d'un uomo che s'inoltra negli anni ed è vicino a morire di un'idropisia del cuore. Diciamo solo che ho tossito, respirato, trattenuto il fiato, secondo le indicazioni di Ermogene, allarmato suo mal­grado per la rapidità dei progressi del male, pronto ad at­tribuirne la colpa al giovane Giolla, che m'ha curato in sua assenza. È difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana: l'occhio del medico non vede in me che un aggre­gato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue. E per la prima volta, stamane, m'è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro e a me noto più dell'anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone. Basta... Il mio corpo mi è caro; mi ha servito bene, e in tutti i modi, e non starò a lesinargli le cure necessarie. Ma, ormai, non credo più, come finge an­cora Ermogene, nelle virtù prodigiose delle piante, nella dosatura precisa di quei sali minerali che è andato a pro­ararsi in Oriente. È un uomo fine; eppure, m'ha propinato formule vaghe di conforto, troppo ovvie per poterci credere; sa bene quanto detesto questo genere d'impostu-re, ma non si esercita impunemente più di trent'anni la medicina. Perdono a questo mio fedele il suo tentativo di nascondermi la mia morte. Ermogene è dotto; è persine saggio; là sua probità è di gran lunga superiore a quella d'un qualunque medico di corte. Avrò in sorte d'essere il più curato dei malati. Ma nessuno può oltrepassare i limiti prescritti dalla natura; le gambe gonfie non mi sostengono più nelle lunghe cerimonie di Roma; mi sento soffocare; e ho sessant'anni.
Non mi fraintendere: non sono ancora così a mal par­tito da cedere alle immaginazioni della paura, assurde quasi quanto quelle della speranza, e certamente assai più penose. Se occorresse ingannarmi, preferirei che lo si fa­cesse ispirandomi fiducia; non ci rimetterei più che tanto, e ne soffrirei meno. Non è detto che quel termine così vi­cino debba essere imminente; vado ancora a letto, ogni sera, con la speranza di rivedere il mattino. Nell'ambito di quei limiti invalicabili di cui t'ho fatto cenno poc'anzi, posso difendere la mia posizione palmo a palmo, e persine riconquistare qualche pollice di terreno perduto. Ciò non­pertanto, sono giunto a quell'età in cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata. Dire che ho i giorni contati non significa nulla; è stato sempre così; è così per noi tutti. Ma l'incertezza del luogo, del tempo, e del modo, che ci impedisce di distinguere chiaramente quel fine verso il quale procediamo senza tregua, diminuisce per me col pro­gredire della mia malattia mortale. Chiunque può morire da un momento all'altro, ma chi è malato sa che tra dieci anni non ci sarà più. Il mio margine d'incertezza non si estende più su anni, ma su mesi. Le probabilità che io fini­sca per una pugnalata al cuore o per una caduta da cavallo diventano quanto mai remote; la peste pare improbabile; la lebbra e il cancro sembrano definitivamente allontanati. Non corro più il rischio di cadere ai confini, colpito da una ascia caledonia o trafitto da una freccia partica; le tempeste non hanno saputo profittare delle occasioni loro offerte, e sembra avesse ragione quel mago a predirmi che non sarei annegato. Morirò a Tivoli, o a Roma, tutt'al più a Napoli, e una crisi di asfissia sbrigherà la bisogna. Sarà la decima crisi a portarmi via, o la centesima? Il problema è tutto qui. Come il viaggiatore che naviga tra le isole dell'Arcipe­lago vede levarsi a sera i vapori luminosi, e scopre a poco a poco la linea della costa, così io comincio a scorgere il profilo della mia morte.
Vi sono già zone della mia vita simili alle sale spoglie d'un palazzo troppo vasto, che un proprietario decaduto rinuncia a occupare per intero. Non vado più a caccia: se non ci fosse altri che io a disturbarli, mentre rumi­nano e giocano, i caprioli dei monti d'Etruria potrebbe­ro vivere tranquilli. Con la Diana delle foreste, ho avu­to sempre i rapporti mutevoli e appassionati d'un uomo con l'oggetto amato: adolescente, la caccia al cinghiale m'ha offerto le prime occasioni di conoscere l'autorità e il pericolo; mi ci dedicavo con passione; i miei ec­cessi in questo esercizio mi attirarono le rampogne di Traiano. La spartizione della preda in una radura della Spagna è stata la mia prima esperienza della morte, del coraggio, della pietà per le creature, e del piacere tragico di vederle soffrire. Uomo fatto, la caccia mi rilassava da tante lotte segrete contro avversari di volta in volta troppo sottili o troppo ottusi, troppo deboli o troppo forti per me; è una lotta pari tra l'intelligenza umana e l'astuzia del­le fiere e sembrava stranamente pulita in paragone con gli agguati degli uomini. Imperatore, le cacce in Etruria mi sono servite per giudicare il coraggio o le capacità dei miei alti funzionari ivi ho scartato o prescelto più d'un uomo di Stato. Più tardi, in Bitinia, in Cappadocia, le grandi bat­tute di caccia mi fornirono un pretesto di feste, di trionfi autunnali nei boschi dell'Asia. Ma il compagno delle mie ultime cacce è morto giovane, e il desiderio di questi pia­ceri violenti è molto scemato in me dopo la sua dipartita. Pure, persino qui a Tivoli, basta l'improvviso sbuffare d'un cervo sotto le fronde perché trasalisca in me un istin­to più antico di tutti gli altri, grazie al quale mi sento gat­topardo quanto imperatore.

da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar


Sole d'autunno


La quinta finestra - contandola sempre al contrario, da destra - quella coperta dalle foglie, quella che non si vede, ma che si può solo immaginare, è quella dove studiavi e insegnavi l'amore per la vita dalle parole, da giovane laureato, delle belle lettere e degli acquerelli di Miller e delle grandi idee scomparse di grandi amori e di giustizia e di profondi segreti inviolati. Ma io allora ti odiavo e ti combattevo, con i pugnali sguainati del compagno cattivo e gli sguardi bassi, e quel continuo contrariarti e prendermi gioco della tua premura a insegnarmi la rotta di volo che ignoravo. Sono ritornato soltanto ora, sperando di poterla scorgere e farti lo stesso fischio del pomeriggio mancato, quando mi accorsi di averti ferito e aspettare ancora il tuo braccio o il tuo silenzio. Diventavo il tuo merl noir e ti screziavo ai gorgheggi in una parata di lusso nella grande malinconia di te. Ho sempre sperato che togliessi la penna dalla bocca e individuassi il mio ramo assolato, quando aspettavo la briciola di un ultimo sguardo, o di notte, quando le stelle cantavano al tuo sonno e le più lontane, in un ultimo accenno di stanchezza, alle chitarre sepolte nell'azzurro di Spagna delle lucciole di mezzo Giugno, prima degli esami, e se non ti affacciavi prendevo tempo e fumavo feroce da solo, che mi privava di luce il tuorlo del tuo ritardo, pensieroso fino al nocciolo stanco del mio cuore di ladro d'auto, spaccato alla sola tua voce d'ingresso, con il tuo cane la corsa della tua bambina dal cancello, che ti cercava, e che avevo minacciato come un drago, per quell'anno perduto e indovinato solo più tardi come forse il più prezioso, senza sapere che soltanto tu mi avevi difeso e pensando sempre di partecipare a una rincorsa, in quel tempo che non aveva durata ma solo uno spazio ampio di capelli già grigi e di visi imbruniti, dai tempi dolci della scuola, il tuo unico vero amore, quando mi sentivo troppo piccolo per raggiungere il vino adulto della tua parola, prima di salutarti, anche l'ultimo giorno, alla mia tristezza di volatile braccato dalla caccia della tua assenza, quando andasti a Lucca, senza un preavviso, -dicevano guai grossi con un figlio difficile- ma nessuno parlava e al tuo posto vennero i Bartolini, con quei bambini chiassosi che toglievano voce alle mie giornate. La quinta finestra, quella che ha preso il tuo stesso vezzo di scappare e di evitarmi, di svanire per giorni e di farsi vedere all'improvviso, quando sembravi ormai dissolto nell'ultima neve piovosa di febbraio. Non sono mai capace di affinare la vista, quando decidi che devono filtrarti le foglie alla severità dolorosa degli ultimi voti compilati e l'amore difficile per lo studio, che senza un professore come te io non ho più speranza di leggere e di sognare nelle parole, ma adesso hanno chiuso tutte le imposte e così anche la mia piccola segreta voce da un ultimo ramo spezzato, dove ancora immagino uno squarcio lunare di una tua lezione privata, prima che cali la sera sui nostri lenti divieti degli arresti domiciliari, sono sicuro che non ci crederesti, ma solo adesso ho comprato un mio primo libro, me lo hanno portato da poco i Carabinieri, quello che mi avevi consigliato tu: ho trovato solo stamane il foglietto con la tua grafia e solo adesso ne riconosco il valore così dedicato e il calco commosso del vuoto d'aria, dopo un giorno arioso di sole di autunno pieno, che adesso mi appassisce con lui, in quest'ultima dolcezza di ruga e di involo, alla tua piccola vita letteraria di professore amico.
Un tuo scolaro innamorato, e perduto.
Luigi Salerno

sabato 8 maggio 2010

Loggia dei Papi


venerdì 7 maggio 2010

Ragazza minuta con casa in rosa

"Perché non ti fai vedere più? Ti avrò forse fatto qualcosa di brutto che non so? Tanto l'ho capito che tu non mi vuoi più, dico una così piccola e minuta, sempre addosso. Come vedi ho aspettato ancora un po' prima di ritornare, è solo che avevo visto un cappello da uomo, l'altro venerdì e non ho resistito e allora te l'ho preso, anche se l'ho tenuto nascosto in attesa che tu ti ritrovassi e poi anche un libro, quello che cercavi e che non trovavi, che forse nessuno lo ricorda quel titolo di quel poeta strano e anche straniero che invece ho ricordato solo io, perché tu me lo leggevi sempre, soprattutto all'inizio, e anche al telefono ti piaceva leggermi quei pochi versi che ti eri copiato da qualche parte, e quando c'era solo il buio e tu li continuavi da solo e un po' inventati per me che mi commuovevo e dopo a casa dovevo nascondermi gli occhi con qualcosa, e poi ti ho preso anche delle scarpe nuove, sai, perché l'inverno qui da noi si scivola sempre un po' di più, perché piove forte e le pietre delle strade si fanno sdrucciole sdrucciole, ti ricordi come ci ridevi?, come le mie parole "piccole" che non so dire e che adesso non ho quasi più e la tua ombra più fonda negli occhi, come nella nostra foto, una delle ultime, quando mi hai chiamato "minutina"e da allora non l'ho più scordato, e aspetta, aspetta, guarda qui che ti ho preso, non ho resistito. Ero con Paolina, lei lo ha preso per suo marito e io non le ho detto niente di noi, solo che tu ci dovevi ancora pensare e che vuoi stare un po' per fatti tuoi, e così ho preso questo maglione: dicono che voi avete la stessa taglia e lei rideva a pensare che erano gli ultimi due rimasti, e che se si usciva tutti insieme capitava che ci vestiamo uguali per coppie, perché anche noi due abbiamo preso quelle giacche azzurre azzurre, come quando tu non avevi più ombre e ragazze laureate e sofisticate che ti prendevano e ti pigliavano, anche se dici che non si può dire, io lo voglio dire perché ti hanno pigliato e basta e io lo so dire solo così. E non ho ancora finito: guarda qui, quel film americano che io non riuscivo a pronunciare mai bene, che non conosco le lingue e tu ci ridevi e allora quando l'ho visto ci ho pensato, ho ripensato a te e così te l'ho preso, ma pensa...dovevo non vederti più e adesso mi sono caricata di tutte sciocchezze da rompermi le braccia e la busta. In fondo è stato l'unico metodo per tenerti più vicino, a comprarti qualcosa anche se forse non lo metterai mai con me, e anche se fosse, chi lo sa, se un giorno una di queste piccole cose ti potrà riportare alle mie piccole follie. Mi dicevi sempre che tra le cose che ti sarebbero mancate di più di me, c'era quel sorriso sempre tagliato a metà, come un pezzo mancante di luna, che non lo distendo mai troppo e forse hai proprio ragione, adesso ancora di meno di prima e poi lo dicevi quando non immaginavi di poter scappare all'improvviso e non salutarmi più. Guarda che io me ne sono accorta che tu mi hai evitato più di una volta, e più non mi guardavi e io più ti volevo bene, e allora ti compravo un regalo speciale, per brindare alla bellezza di questo dolore soltanto nostro, che forse non avremmo mai più incontrato così dolce.
Io non butterei niente di te, nemmeno questa tua fuga: si dicono ancora tante cose in giro, ma io ricordo i tuoi bottoni sbagliati della camicia a righe bianche e rosse e allora ti perdono. Io quando penso alle cose buffe che abbiamo fatto e che abbiamo perduto insieme, allora ci rido forte di te e ti perdono lo stesso anche se mi hai fatto un po' male come dentro un brutto film e mi consolo, anche se le cose che fanno male le riesco a cambiare, con la pettinatura per esempio. Quando mi hanno detto che tu passavi da me, Domenica, se non sbaglio, tanto io non mi sbaglio mai, allora ho fatto questo carrè che tutti mi dicono che sia così indovinato e carino, ma loro non sanno che è venuto così perfetto perché ho saputo lo stesso giorno che forse avevi già cambiato idea e che non saresti rimasto mai più nel mio e nostro piccolo paese, quello che prima tanto amavi e allora ho preso a spettinarmi tutta e a ridere da sola, prima di arrivare, anche se mi lasciavi sempre la mano quando vedevi qualcuno dei tuoi amici di città e io abbassavo gli occhi e non dicevo niente e ti amavo lo stesso e poi a casa mi toglievo i guanti rossi e mi rapprendevo al naso dell'odore delle tue mani e di quel poco di così grande che mi hai concesso. Dicono che tu avevi vergogna di me e che adesso non avrai più questo problema. Forse sono arrivata in un momento sbagliato, comunque ti lascio la busta con tutte le mie cavolate infilate a casaccio, a proposito ci sono anche i calzini, quelli un po' più stretti che non pendono dai talloni quando metti le scarpe basse, e poi...adesso ho finito, non riesco a dirti più niente, che se avrai un angolino in una sera qualunque della tua vita, ti ricorderai di tutto quello che ho tentato di darti, forse sbagliando tutto, ma era tutto quello che avevo. Non avevo un'altra me da offrirti. Anche se lo so che qualcuna è stata più veloce di me, e forse è giusto così, ma, ti prego solo di una cosa, almeno questa: dì a tua sorella che nel caso decidesse davvero di partire anche lei, dopo il vostro matrimonio, che mi lasciasse almeno un recapito postale. Almeno i miei regalini speciali vorrei farli a lei, fa niente, cercherò di giocare su combinazioni assortite, tanto avrei sbagliato lo stesso taglia se non colore, quando faccio i regali alle persone che amo di più, che in fondo sei sempre tu e nessuno se ne accorgerà.
Ecco, adesso è proprio tutto, o quasi. Non seguirmi, però, non accompagnarmi, che la conosco bene la strada e lo so che tu non mi tratterrai e che mi dirai che non ha senso che io mi faccia così male e poi a spendere ancora soldi a vuoto, ma almeno da lontano, vorrei che almeno alzassi il braccio da quella stessa finestra, come quella prima sera che ci perdemmo come due scemi e non riuscivi più a vedermi sparire che mi trattenevi con la mano e io allora ritornavo indietro e prese anche a piovere e mi raffreddai tutta, proprio come stasera, che sembra un anniversario di schiocchezze e starnuti, eccone un altro! Mi basta solo quel gesto e poi ti giuro che me ne vado, e allora io a casa ci torno più serena e loro non si accorgono di niente. Adesso va bene così, spero solo di non inciampare nello stesso gradino, che ormai ci ho perso anche l'abitudine...".
Uscì lentamente dalla casa rosa e vuota e si voltò appena. Cominciava a piovere e i vetri di quella finestra erano scuri e cupi come non mai. Riflettevano il gonfiore e la turbolenza dei cieli, che volsero al nero più antico nel vizio di pochi attimi. Continuava ad andare Martina, ma poi ogni tanto si girava, quando a un tratto ebbe l'impressione di scorgere da quella stessa finestra, quello strano gesto di mano che la richiamava indietro. Strinse gli occhi, pensando di essersi sbagliata. Ma c'era qualcuno lì dentro...La mano si aprì e continuò a chiamarla, dal vetro appannato.
E lei che ci tornava quasi tutte le settimane a riempirla dei suoi inutili regali, che aveva anche le chiavi per chi la volesse fittare, ma non la voleva più nessuno, che non era nemmeno più agibile. Ma allora c'era davvero qualcuno?
Entrò e lo vide. Aprì gli occhi e la bocca per lo stupore:
"E invece sei stata più veloce tu...Io non volevo crederci che tu avessi continuato ad amarmi anche da bandito come sono stato, e allora ho deciso di nascondermi e fare la prova...la prova di quanto fosse grande il tuo amore e di come facessi a portartelo da sola, così minutina, con tutte quelle buste, che scemina...e ti sei anche raffreddata!"
I suoi occhi chiusi erano fermi allo stesso punto e sotto la pioggia, quando arrivò in tutta fretta Paolina.
"Che fai da sola ancora qui! Vieni via che piove, dove guardi ancora: laggiù? Ma allora è vero che ti sei proprio ammattita? Avanti, fila a casa, stupidina, che è già tardissimo e adesso sta venendo giù di brutto, non te ne accorgi? E l'ombrello, perché non lo hai portato l'ombrello?".
"Ero piena di buste e pacchetti, non ce la facevo a mantenerlo"."Ma dico: senza l' ombrello? Che tipo strano che sei: sempre dentro quella casa, ma che diavolo ci vieni a fare ancora? Dopo tanti anni, avanti, cammina, dove guardi ancora adesso? Tuo marito starà già a gridare come un pazzo, che lo sai bene che a quest'ora ha fame e tu ti volti, ti volti sempre indietro. Beata chi ti capisce...".
A quel punto Martina dovette andare via con lei, e continuare la strada del suo affrettato ritorno, ma ogni tanto si girava lo stesso, e cercando quella stessa mano così sognata e sospesa, immaginandosi che la trattennesse a restare. Ancora.
l.s.

giovedì 6 maggio 2010

Senza mare



"E tu che cosa ci fai qui?".
"Sono diventata stanca".
"Così piccola, già stanca?".
"Sono stanca di tutto: del mare, del sole, di me e della mia vita. Voglio solo la tua piccola ombra e poi niente più".
"Ma cosa ci trovi di così bello in me, dolce barchetta di mare? Se io non ho luce ma la tolgo".
"E io non ho mare senza il rumore del tuo vento bellissimo e le tue braccia e le tue storie che mi allontanano dalla paura della notte".
"Tu pensi che ti lasceranno per molto qui? Una barca di mare sotto un alberello di terra e di radici?".
"Non lo so, ma questo per me non conta. Adesso non voglio pensare, voglio rimanere da sola con te...".
L'albero non rispose. Così si addormentarono più vicini, senza sognare dei taglialegna e nemmeno dell'uragano, ma tenendosi soltanto per mano. Senza mare ma già lontano.
l.s.

mercoledì 5 maggio 2010

Soles occidere et redire possunt...


"Soles occidere et redire possunt;

nobis cum semel occidit brevis lux,

nox est perpetua una dormienda."

Catullo, carmen 5, vv. 4-6


"I giorni possono tramontare e poi risorgere;

per noi, caduta questa breve luce,

c'è una sola notte eterna da dormire."

martedì 4 maggio 2010

Il cappello sabbioso di un turco


Santa Cesarea


Notturno


domenica 2 maggio 2010

Galatone


Un caldo mattino d'estate

Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell'ora in cui l'aria s'arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l'arcata del cielo.

Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.

Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.

Giorgio Caproni






sabato 1 maggio 2010

Forse un mattino andando in un'aria di vetro


Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Eugenio Montale

Fedeltà

« Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,
infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede».

Discorso di Pier Delle Vigne, notaio della cancelleria imperiale alla corte di Federico II tratto da Dante, Divina Commedia, Inferno XIII, vv. 58- 78